Orto medico più antico del mondo

Segnaliamo questo importante evento: mercoledì 25 ottobre, si inaugura a Firenze, nel chiostro delle Medicherie dell’ospedale di Santa Maria Nuova, il percorso botanico medicinale dell’ospedale.

Si tratta di far rinascere quello che è considerato il più antico orto medico del mondo, coevo alla fondazione dell’ospedale (1288).

L’orto originario definito medico perché usato per curare i malati, è considerato il progenitore degli orti botanici accademici sorti in Europa nel corso dei secoli.

Da questo terreno nacque infatti l’idea di uno spazio coltivato non solo per gli infermi, ma anche per gli studenti di scienze mediche.

L’evento è descritto nella LETTURA del Corriere della Sera di domenica 22 ottobre .

Maggiori informazioni per i visitatori si possono reperire sui siti: http:http://fondazionesantamarianuova.it/contents/antico-orto-medico/ e https://www.aboca.com/it/azienda/comunicazione/news/rinasce-il-piu-antico-orto-medico-del-mondo

… riflessioni e considerazioni sulla natura…

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Realtà fisica e realtà sensoriale.

 

La natura, si direbbe, è un pane a tre strati con un sotto, un sopra e un dentro.

Il sotto è la realtà subatomica inosservata, regno della indeterminatezza e della probabilità dove la meccanica quantistica rende “coerente”, in una condizione di sovrapposizione di stati: materia, energia, tempo e spazio.

Il sopra è il cosmo inesplorato, regno delle onde gravitazionali ancora misteriose, annidate nella materia oscura.

Il dentro è la realtà osservata, posta ai “margini del caos” e al “margine dei quanti”, dove la “decoerenza” elimina la sovrapposizione quantistica, lasciando il posto a un unico stato rappresentato dal caos deterministico del mondo termodinamico e dal suo prodotto: l’auto-organizzazione.

Sono strati e stati che, pur essendo evidentemente specifici e caratterizzanti, tuttavia sono accomunati da un fatto: i loro componenti sono tutti in una condizione caratterizzata da relazioni che li configura come parti di un sistema.

Al punto da poter concludere dicendo che la realtà è comunque un “fascio di relazioni” configurata, per come si manifestano, in due modi:

– come realtà fisica del mondo subatomico, dove le relazioni creano una “correlazione”, cioè

uno stato quantisticamente “ordinato” dove tutti i componenti si comportano

all’unisono, condividendo una condizione di sovrapposizione di stati;

– come realtà sensoriale del mondo molecolare e sovramolecolare, dove le relazioni creano

una “ricorsività”, cioè un unico stato oggettivamente organizzato, dove tutti i componenti

si influenzano reciprocamente creando una condizione di impredicibilità.

Sono modi utili l’uno all’altro nel crogiuolo di una realtà unica che vede:

il mondo quantistico (ordinato) nella veste di “radice dell’esistente”,

il mondo micromolecolare (organizzato) nella duplice veste di prodotto e di tutore,

il mondo macromolecolare come garante del tutto grazie alla sua meccanica classica, fatta più di certezze che di incertezze.

Più precisamente sembra di poter dire quanto segue:

– il mondo macroscopico è il mondo totalmente collassato espresso in un unico stato, che però

dà umane certezze,

– il mondo microscopico è il mondo con un numero finito di stati, percosso dall’indeterminismo,

– il mondo subatomico è il mondo con un numero infinito di stati, regno della indeterminatezza e della probabilità.

Che è come dire che più si è piccoli, più si è ristretti in nicchie, più si è in compagnia di poche unità, più si è ricchi di possibilità, perché il corteggio di proprietà è inversamente proporzionale alla grandezza dei componenti, alla grandezza dei luoghi e al numero dei componenti, come del resto insegna una celebre equazione del fisico Louis de Broglie.

 

Rimane da fare una prima considerazione: se la realtà sensoriale è la realtà fisica collassata e a collassarla sono due situazioni – l’ambiente e l’osservatore – essa è oggettivamente sempre la stessa?

 

Sembrerebbe di poter dire di no, non è così. Nel senso che esisterebbe in due tipi:

la realtà sensoriale collassata dall’ambiente, uguale per tutti, e la realtà sensoriale collassata dall’osservatore, invece rappresentata da più tipi a seconda della natura degli osservatori, che infatti possono avere qualità individuali.

Una circostanza non da poco se si considera la professione medica e la possibilità più che concreta che i medici abbiano proprio qualità individuali.

E allora, le loro diagnosi come si possono considerare?

Sono oggettive e quindi omogenee oppure sono soggettive e quindi eterogenee?

 

La seconda considerazione è invece questa: se piccolo è bello e ricco di possibilità, perché è stato scelto il grande in forma di globalizzazione come bene assoluto della società? Errore o scelta interessata?

 

Prof. Renato Scandroglio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

… riflessioni e considerazioni sulla natura…

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Declino e rinascita del pensiero sistemico

Negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, dopo gli entusiasmi iniziali, il pensiero sistemico, pur esercitando un’influenza significativa sul mondo della cultura sociale e ingegneristica, paradossalmente declina nel mondo della biologia.

Perché qui trionfa la genetica con la descrizione della fine architettura del DNA, che porta alla convinzione che tutte le strutture e tutte le funzioni biologiche si possono spiegare in termini di meccanismi molecolari e di programmi.

Al punto che i biologi per la maggior parte ritornano a essere riduzionisti e meccanicisti ferventi, interessati esclusivamente allo studio analitico e ai dettagli molecolari; nel mentre la biologia molecolare, che in origine costituiva una piccola branca delle scienze naturali, diventa un pensiero tanto dilagante ed esclusivo da introdurre addirittura una seria distorsione della ricerca biologica, non fosse altro perché oscura del tutto la neonata visione sistemica del mondo fisico.

E del mondo della vita in particolare.

Tanto che negli anni Settanta, uno scienziato come Robert Lilienfeld nel suo “The rise of Systems Theory: an ideological analysis” del 1978,  può affermare, si direbbe spudoratamente: “Non è comparsa nessuna prova che la teoria dei sistemi sia stata usata per ottenere la soluzione di un qualsiasi problema concreto in un qualunque campo”.

Cogliendo nel segno in un solo punto: A. Bogdanov e L. von Bertalanffy, per la mancanza di tecniche di bio-matematica non lineare adeguate alla complessità dei sistemi viventi, non erano riusciti a sviluppare una disciplina logico matematica applicabile alle varie scienze empiriche.

Lilienfeld, per il resto, non capisce – come tanti altri biologi meccanicisti di risulta – che se gli approcci sistemici sviluppati nella prima metà del secolo non erano evidentemente sfociati in una teoria matematica formale, tuttavia essi avevano comunque creato un modo nuovo di pensare, un nuovo linguaggio, nuovi concetti e un clima intellettuale generale che più avanti, e siamo al presente, avrebbe condotto a programmi scientifici significativi e anche, se non proprio a una formale teoria dei sistemi, certamente a fortunati modelli sistemici.

Utili per descrivere in modo convincente vari aspetti dei fenomeni naturali e in particolare i fenomeni della vita che il meccanicismo e il determinismo newtoniano non risolvono per limiti intrinseci.

Perché se è vero che i biologi oggi conoscono l’alfabeto del codice genetico, è altrettanto vero che essi non hanno ancora quasi nessuna idea della sua sintassi… e per comprenderla dovranno sempre più approdare alla teoria sistemica.

Per non dire dell’interrogativo che la visione sistemica ha suscitato e suscita tuttora.

Infatti, considerato che i fenomeni naturali sono interconnessi, per spiegare ognuno di essi si devono comprendere tutti gli altri.

Ma questa è un’operazione chiaramente impossibile.

Per cui non resta che un convincimento: la scienza può solo essere approssimata.

È un convincimento in netto contrasto con quello basato sulla fede cartesiana nella certezza della conoscenza scientifica.

E lo si direbbe cruciale e della massima importanza per tutta la scienza moderna perché, di fatto, recita così: tutti i concetti e le teorie scientifiche sono limitate e approssimative, per cui la scienza non può mai fornire alcuna comprensione completa e definitiva e gli scienziati non possono mai occuparsi della verità nel senso della corrispondenza precisa tra la descrizione e il fenomeno scritto.

Superato lo shock iniziale dovuto a una verità indigesta, tutti gli studiosi lo hanno ormai accettato.

Peraltro Louis Pasteur l’aveva già capito quando si espresse in questo modo: “La scienza avanza attraverso risposte provvisorie a una serie di domande sempre più sottili, che scendono sempre più in profondità nell’essenza dei fenomeni naturali”.

Però allineandosi evidentemente al positivismo allora imperante, per il quale il progresso delle scienze empiriche avverrebbe per accumulazione.

Quando invece oggi si sa, seguendo il grande epistemologo Thomas Kuhn, che avviene per una successione di “paradigmi” rivoluzionari pressoché incomparabili.

Anche se “presumere che nel lungo periodo, grazie al progresso scientifico, sapremo sempre più verità su come il mondo sia in realtà… è una vana illusione”.

Come dire che la scienza sarà, appunto, sempre approssimata.

Un invito all’umiltà e alla prudenza.
Prof. Renato Scandroglio

Qualche parola sull’insegnamento della Medicina

Svolgo ancora oggi, dopo essere stato per molti anni direttore, in Parma, dell’Istituto di Istologia della Facoltà di Medicina, un seminario agli studenti del I anno incentrato sulla biologia dello sviluppo. Per il resto sono totalmente estraneo alle dinamiche della Facoltà. Mi trovo quindi nella felice condizione di poter esprimere un giudizio libero e capace di cogliere i mutamenti perché affrancato sia da interessi personali, sia da quella sorta di sopore che nasce dal coinvolgimento rutinario.

Aggiungo che tuttora svolgo un’attività medica in qualità di ginecologo libero professionista, per cui ho ben presente anche gli aspetti pratici della professione.

 

Ebbene, la mia esperienza è a dir poco sconvolgente perché di anno in anno vedo sempre più precipitare l’attenzione e l’interesse per le discipline biomediche formative, quali l’istologia, la biochimica, l’anatomia e la fisiologia, che infatti oggi sono fortemente erose nei tempi e nella consistenza essendo confinate in poco più di due anni di corso, quando fino a non molti anni fa occupavano un intero triennio.

In particolare a soffrire è il I semestre del I anno, che ormai è ridotto a un bimestre e per non pochi studenti è addirittura sospeso perché essi, a causa della demenziale organizzazione del test d’ingresso, vi sono ammessi quando è già concluso.

Non scendo nei dettagli tecnici di questa situazione paradossale, perché oltre che complessi essi sono talmente assurdi da suscitare sentimenti di sconforto se non proprio d’ira verso chi li ha sciaguratamente promossi e ora non li sa correggere. Mi limito a segnalare che un semestre così sensibile per chi accede per la prima volta alla Facoltà di Medicina, del tutto ignaro dei meccanismi dell’insegnamento universitario, di fatto quasi non esiste più.

Perciò si va creando un contenzioso di studenti che iniziano il loro percorso cognitivo in un modo a dir poco rocambolesco e comunque non certamente idoneo a propiziare un percorso ottimale, alla faccia del detto che “chi ben comincia è a metà dell’opera”.

 

Un esempio locale può ben illustrare questa situazione che peraltro altrove è talora ancor più disastrosa: lezioni ridotte numericamente (quando la conoscenza tende ad aumentare in modo vertiginoso), svolte in un arco temporale assai ristretto (del tutto inadeguato a far maturare le conoscenze acquisite), per di più nelle ore pomeridiane (così sottratte allo studio individuale) e a tappe forzate anche di tre ore consecutive (impossibili da sostenere per il docente e impossibili da seguire per il discente). E tutto ciò nonostante la presidenza del corso di laurea sia affidata, lo so per conoscenza personale, a un docente molto attivo, molto attento e molto consapevole, ma evidentemente vittima di una invincibile burocrazia mostruosa e sorda.

Rimane il fatto che il risultato è questo: discipline formative e dalla forte valenza propedeutica si stendono sugli studenti di Medicina come può farlo un forte acquazzone, che dà fastidio e poi scorre via, senza permeare il suolo.

E non è finita, perché il triennio propedeutico, stando ai ‘si dice’, verrà ulteriormente eroso. Per cui è logico attendersi che si produrranno sempre più medici privi della cultura di base utile a ricevere le conoscenze specialistiche e che pertanto, a lungo andare, si laureeranno medici sempre più equivalenti a bandierine scosse e disarticolate, perché infisse in un territorio incapace di sostenerle e di raccordarle.

Proprio quando il nuovo paradigma scientifico, nato dal pensiero sistemico, insegna che la realtà non è fatta di nodi isolati, quanto piuttosto dalla totalità dei nodi riuniti nella rete che nasce dalle loro infinite connessioni, sostenute da un flusso di energia.

Che nel caso specifico è, per l’appunto, la cultura di base.

 

In sostanza, di questo passo avremo una Medicina equivalente a una ragnatela con tanti ragni incapaci di tesserla e poi di sostenerla. Vale a dire, avremo tanti medici assolutamente competenti circa un pezzetto di patologia, a ciascuno il suo, ma del tutto smarriti in un labirinto – l’uomo intero – dove al più essi si potranno rincorrere l’un l’altro, nella disperata condizione di chi pensa che sia sufficiente muoversi per giungere a destinazione. Quando invece non è così, perché la loro è una danza che si avvita su se stessa, priva com’è di una scrittura che indichi la melodia, cioè il “principio generale”, l’archè, che soggiace immutato al cambiamento, sostenendolo.

 

Se si vuole evitare questo dramma epocale che rischia di travolgere la Medicina riducendola, da arte quale è, a lavoro artigianale di basso profilo, si deve quanto prima ristabilire il primato della cultura sul nozionismo e il primato dell’intero sul particolare.

Per farlo,

gli organismi centrali che fanno capo al Ministero della Pubblica Istruzione escano dalla bolla astratta nella quale si sono rinchiusi per indolenza e per insipienza;

gli organismi periferici che fanno capo ai rettori delle università cessino di essere supini, seppure per necessità, a direttive assurde;

i docenti smettano l’abito della convenienza e ritornino in campo con la dignità e la forza del sapere didattico;

gli studenti sappiano che non esistono solo le briciole, ma anche i pani interi, anche se a masticarli si fa più fatica;

i medici ritornino a considerare l’uomo un “tutto” con il suo ambiente;

i malati smettano di chiedere il superfluo e si accontentino del necessario;

i sani si rendano conto che lo stato di salute è una loro responsabilità.

 

Ministri, rettori, docenti, studenti, medici, malati e sani: è chiedere troppo?

NO!

Se si capisce che si è tutti dentro una rete che non ha una gerarchia verticistica, ma una gerarchia diffusa, auto-organizzata.

Dove ognuno può e deve fare la sua parte, in un contesto ricorsivo e causale, sostenuto dall’energia del sapere.

Pena la disarticolazione e con essa, se non proprio la morte, certamente l’inutilità.

Purtroppo incipriata, al punto da apparire utilità.

 

Prof. Renato Scandroglio

(renato.scandroglio@gmail.com)