Saluto agli studenti del primo anno di corso della facoltà di Medicina

Cari studenti,

i contenuti di un corso che tratta il “divenire” della materia biologica, la sua “natura” e “l’apparenza” dei suoi prodotti, possono essere acquisiti pienamente e perciò pienamente utilizzati solo a una condizione, da considerare bene e poi da accettare senza remore, pena il fallimento dell’impresa: che siano affrontati all’interno di una base culturale che inizia dal nuovo paradigma scientifico, che considera più le relazioni delle cose, ben sapendo che queste ultime sono pur sempre un’ancora sensoriale ineludibile.

Contenuti da studiare con l’umiltà di chi sa di non poterli liberamente e facilmente costruire nel proprio immaginario, sulla base delle sole informazioni astratte trasmesse da una pagina scritta e seguendo eventualmente le inclinazioni e le esperienze cognitive personali, ma di chi sa di doverli accettare nella loro realtà sensoriale, manifestata dalle immagini che li rappresentano.

La loro “lettura” però è particolarmente complessa, perché presuppone un metodo operativo specifico che non ammette illazioni, approssimazioni e nemmeno approcci frettolosi di chi per ignavia o presunzione non sa asservire la propria attenzione e il proprio interesse cognitivo a una realtà precostituita.

Il premio finale di tanta applicazione però è molto ricco.

Infatti chi di voi saprà compiere la necessaria fatica con la passione e la dedizione che le grandi imprese richiedono, avrà in dono qualità di straordinaria importanza.

Anzitutto l’arte di “saper osservare”, cioè di cogliere l’essenza dell’organizzazione gerarchica, che è la capacità che sostanzia la medicina diagnostica, al punto che il colpo d’occhio del grande clinico fa tuttora la differenza.

Poi l’arte di “saper comunicare”, cioè la capacità di trasmettere, in una sintesi ordinata e facilmente comprensibile, le proprie esperienze e conoscenze.

Infine l’opportunità di poter meditare fin da subito su un fatto che emerge dalla teoria della complessità che trova nella citologia, in particolare, un terreno fertile di apprendimento e che non potrà non improntare la vostra futura attività professionale: la natura e quindi anche l’uomo non sono il regno delle certezze, ma quello delle incertezze espresse dal determinismo probabilistico il quale sostiene che la conoscenza attuale è una “conoscenza approssimata”, per cui l’attività clinica deve essere cauta e prudente e soprattutto non deve sovrapporsi alla capacità intrinseca del protoplasma di trovare da solo la via dello stato di salute.

Vi aspetta un duro lavoro, che potrete affrontare in due modi: con un approccio nozionistico e generalista, accessibile ma sfortunatamente avaro degli insegnamenti che contano davvero; oppure con un approccio culturale, più impegnativo, affidato non solo alla lettura di una pagina scritta, ma anche alla meditazione epistemologica, all’apprendimento del linguaggio scientifico e allo studio attento delle forme rappresentate che possono riguardare oggi un quadro microscopico… domani un quadro clinico.

Con l’osservazione intesa come il primo momento di un percorso cognitivo comprensivo di tre gradi di conoscenza: il saper osservare preliminare, il saper vedere che correla la struttura alla funzione e infine il saper giudicare che porta direttamente al saper diagnosticare della medicina clinica.

Considerate la meditazione epistemologica come amalgama che unisce la realtà soggettiva con  quella oggettiva, aprendo la mente al futuro della medicina, quando essa diventerà, da medicina molecolare quale oggi è, a medicina che lega il dentro e il fuori, contesto e ambiente, in un abbraccio ecologico per il quale sarà detta “medicina della complessità”.

La scelta quindi è fra la mediocrità, che si raggiunge con una fatica relativa e l’eccellenza, che richiede dedizione e impegno straordinari.

Il mio consiglio evidentemente non può che essere uno solo: scegliete la via più impegnativa.

Non vi pentirete mai.

Prof. Renato Scandroglio