… riflessioni e considerazioni sulla natura…

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Il pensiero sistemico

 

Il pensiero sistemico è emerso simultaneamente in molte discipline nella prima metà del secolo scorso, in particolare in ambito biologico quando i biologi organicistici – rifacendosi alla fisica quantistica e alla psicologia della Gestalt – introdussero, seguiti poi da biochimici, filosofi, medici ed ecologisti, la concezione secondo la quale gli organismi viventi sono complessi integrati per i quali la forma, intesa come schema e qualità, è altrettanto importante della sostanza, intesa come struttura e quantità.

Il biologo Ross Harrison (1870-1959) segnala per primo il concetto di organizzazione spostando la visione dal “processo” – come prodotto meccanicistico della “sostanza” – alla “forma” – come prodotto immanente dello “schema” – e identificando nella configurazione e nella relazione due aspetti fondamentali della realtà.

Il biochimico Lawrence Henderson (1878-1942) introduce per tale visione il termine sistema (dal greco: porre insieme), che da allora ha assunto il significato di un “tutto integrato”, un intero le cui proprietà essenziali derivano dalle relazioni ricorsive fra le parti costituenti, proprio come emerge dalla meccanica quantistica, mentre il “pensiero sistemico” ha assunto il significato di “comprensione della necessità di stabilire la natura delle relazioni”.

Il biologo Joseph Woodger (1894-1981) riprende il concetto sistemico di “schema”, ormai delineato, affermando che si può dare una descrizione completa degli organismi nei termini degli elementi chimici che li compongono, “più” le relazioni organizzanti, ponendo così fine al dibattito fra meccanicisti e vitalisti.

Innescando però, seppure involontariamente, un dibattito sulla natura gerarchica dell’organizzazione degli organismi viventi.

A questo dibattito pone fine ben presto il filosofo C.D. Broad (1887-1971) con l’introduzione del concetto di proprietà emergente, intesa come la proprietà che emerge ai vari livelli di un sistema, configurando la presenza di una gerarchia che però non è verticistica,

come la si intende quando è riferita all’organizzazione sociale, ma distribuita, quindi di fatto equivalente, si direbbe oggi, a una condizione “fatta più per servire che per comandare”.

Il medico russo Aleksandr Bogdanov (1873-1928) nel contempo – seppur ignorato dalla scienza ufficiale occidentale e precedendo il Bertalanffy che giungerà alle stesse conclusioni venti anni dopo – formula una scienza universale dell’organizzazione distinguendo tre tipi di sistemi:

sistemi organizzati, dove tutto è maggiore della somma delle sue parti

sistemi disorganizzati, dove tutto è minore della somma delle sue parti

sistemi neutri, dove le attività di organizzazione e di disorganizzazione si annullano a vicenda.

Il filosofo Arne Næss (1912-2009) dal canto suo allarga il pensiero sistemico, estendendolo all’ambiente e utilizzando il termine ecologico (da ecologia, termine introdotto nel 1866 dal biologo tedesco Ernst Haecker per indicare la scienza delle relazioni fra organismo e mondo esterno circostante) anziché il termine olistico, ormai comunemente utilizzato per indicare un insieme di parti in relazione fra loro, quando fosse riferito ai viventi, per cui la cellula è una realtà “ecologica” e non semplicemente “olistica”.

Secondo il suo pensiero, olistico definisce un’entità completa e funzionante, espressiva di una interdipendenza delle parti costituenti, come può essere quella di una comune macchina, mentre ecologico aggiunge a quest’idea di completezza e di interdipendenza anche la percezione di come un’entità si colloca nel suo ambiente naturale, specificando per esempio: da dove provengono le materie prime che compongono la macchina, come è stata costruita, quanto la sua utilizzazione influisce sull’ambiente e sulla comunità che la utilizza.

Inoltre distingue l’ecologia in:

superficiale, antropocentrica, che considera gli esseri umani al di sopra o al di fuori della natura come fonte di tutti i valori, in linea con la tradizione meccanicistica

e in

profonda e vera che non separa gli esseri umani né ogni altra cosa dall’ambiente naturale e che considera gli uomini semplicemente come un filo particolare nella trama retiforme della vita.

Infine arricchisce le nascenti concezioni sistemiche con l’introduzione – accanto al concetto di comunità, inteso come insieme di parti integrate – dell’immagine di rete, intesa come l’espressione formale dell’integrazione delle parti.

Un’immagine che i sistemici sposano immediatamente, giungendo ben presto a considerare gli organismi viventi come “reti di cellule”, a loro volta considerate come “reti di reti”.

Un network dove ogni nodo rappresenta un organismo,

che è una rete con nodi che rappresentano un apparato,

che è una rete con nodi che rappresentano i tessuti,

che sono nodi che rappresentano le cellule,

che sono nodi che rappresentano gli apparati cellulari,

con nodi che rappresentano gli organi cellulari,

con nodi che rappresentano le macromolecole e così via, fino alla realtà quantistica dell’uomo.

Poiché in natura ci sono reti dentro altre reti.

È una visione che il biologo Ludwig von Bertalanffy (1901-1972) consacra nel 1950 dandogli una definitiva cornice con il suo articolo su Science: “The Theory of Open Systems in Physics and Biology”, nel quale si fa interprete e paladino di una “scienza generale della totalità” riguardante tutti i sistemi indipendentemente dalla loro natura.

Dettando i seguenti principi:

– i sistemi sono totalità integrante di parti in relazione ricorsiva le cui proprietà non possono

essere ricondotte a quelle delle singole parti

– il mondo è fatto di sistemi inseriti dentro altri sistemi, ciascuno dei quali ha una complessità

variabile, motivo per il quale a ciascun livello i fenomeni osservati mostrano proprietà

specifiche non confrontabili con quelle degli altri livelli

– la natura è una trama interconnessa di relazioni che non può essere compresa mediante lo

studio analitico delle singole parti, ma mediante la visione olistica delle parti inserite nel

loro contesto.

Sono principi che consacrano il pensiero sistemico come un pensiero contestuale. Cioè come un pensiero che, comprendendo anche l’ambiente è, di fatto, un “pensiero ecologico”.

Oggi peraltro coinvolto nella teoria della complessità, che cerca di capire come i milioni di parti di un sistema si organizzino in una rete di interazioni causali producendo non esiti certi, ma comportamenti complessivi ancora indecifrabili nella loro dinamica, al punto che i termini sistema, rete, complessità sono da considerarsi sinonimi.

 

Prof. Renato Scandroglio